Approfondimento sulla Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Approfondimento sulla Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Dott.ssa Sabrina Graziani

Come nasce la terapia cognitivo comportamentale

La terapia cognitivo comportamentale nasce e si sviluppa negli Stati Uniti intorno agli anni sessanta, originata dall’avvento del cognitivismo e dall’evoluzione dal punto di vista teorico ed empirico delle terapie puramente comportamentali o behaviouriste, che iniziarono a nascere già negli anni cinquanta. La psicoterapia cognitivo comportamentale ha almeno due padri fondatori: Albert Ellis e Aaron T. Beck.

Albert Ellis, di formazione psicoanalitica, dopo alcuni anni di pratica psicoanalitica ortodossa, insoddisfatto dalla concezione psicoanalitica del funzionamento della mente umana e dai risultati poco efficaci ottenuti con i pazienti, fonda un nuovo approccio che inizialmente denomina “Rational Therapy” e che nel corso degli anni poi affinerà con il termine Rational Emotive Behaviour Therapy (R.E.B.T.). La R.E.B.T. è quindi una specifica teoria e prassi psicoterapeutica di impostazione cognitivo-comportamentale basata sul principio fondamentale secondo cui la sofferenza mentale deriva da credenze e valutazioni automatiche degli eventi (per es. “non deve/può succedere”, “non posso sopportarlo”, “sarà terribile”), che il soggetto si autoinfligge.

Aaron T. Beck e la psicoterapia cognitiva standard. Tra la metà e la fine degli anni sessanta, appare sulla scena anche Aaron Beck, altro teorico riconosciuto come fondatore della terapia cognitivo comportamentale standard. Anch’esso in origine psicoanalista, si definisce “psicoterapeuta cognitivo” richiamando la famosa opera Cognitive Psychology di Neisser del 1967, manifesto appunto del cognitivismo. Beck mette a punto un metodo che risulta essere efficace nel lavoro con pazienti depressi e ansiosi, osservando la relazione tra cognizioni (pensieri), in quanto valutazioni soggettive di un determinato trigger emotigeno, emozioni e comportamenti. In altre parole, la stessa situazione può far scaturire emozioni differenti in individui differenti o anche nello stesso individuo, a seconda del significato (interpretazione o valutazione cognitiva) che le viene attribuito. Ma divenirne consapevoli non è sufficiente, la terapia cognitiva standard prevede la modificazione di tali cognizioni disfunzionali e delle distorsioni che sono ad esse abitualmente e spesso inconsapevolmente attribuite dalla persona. Tali cognizioni disfunzionali sono strettamente interdipendenti alle emozioni e alle condotte comportamentali della persona.

 

Sviluppi successivi della psicoterapia cognitivo comportamentale

Oltre al contributo ortodossianamente Beckiano e alla terapia razionale di Albert Ellis, ricordiamo che nello stesso periodo a partire dagli anni cinquanta nel panorama scientifico e clinico cognitivo fioriscono altri modelli di terapia cognitiva, tra cui la teoria dei costrutti personali di Kelly, il modello costruttivista di Michael Mahoney e in Italia il cognitivismo post-razionalista di Guidano.

Nel corso degli anni, a partire dai suoi albori, il panorama della psicoterapia cognitivo comportamentale si è arricchito e oggi è decisamente non riducibile alla terapia cognitiva standard nè alla R.E.B.T.

All’interno della famiglia delle terapie cognitivo comportamentali, ritroviamo diversi modelli diversificati di terapia, tra cui per esempio la terapia metacognitiva, la Acceptance Commitment Therapy (A.C.T.), la Mindfulness, la terapia dialettico-comportamentale (D.B.T.), la prospettiva cognitivo-evoluzionista di Giovanni Liotti, la Schema Therapy di Young, etc. In particolare, negli ultimi anni si è assistito alla nascita delle terapie di terza ondata: l’attenzione si è spostata dai contenuti ai processi mentali, dagli interventi concettuali a quelli meditativi ed esperienziali.

Centrale diventa l’accettazione, che sta prevalendo sul paradigma precedente, che poneva al centro la conoscenza. La validazione emotiva ha svolto un ruolo intermedio, un interregno sentimentale tra la logica occidentale del comprendere che dominava un tempo e la nuova attitudine orientale dell’accettare e del non giudicare. Vi sono alcuni elementi che accomunano i modelli basati più o meno direttamente sull’acceptance (A.C.T., D.B.T., F.A.P., I.B.C.T.) e quelli basati prevalentemente sulla mindfulness (M.B.S.R., M.B.C.T.); tra questi va sottolineata l’enfasi sulla “defusione” cognitiva (Harris, 2009, 2010; Hayes, 2005).

Nelle terapie di terza generazione, l’obiettivo non riguarda più il trasformare direttamente i pensieri e le convinzioni disfunzionali in pensieri alternativi più razionali e funzionali, ma l’enfasi è posta su strategie di cambiamento contestuali ed esperienziali che modificano la funzione degli eventi psicologici senza intervenire sulla loro forma. Gli approcci di terza generazione mirano sempre più all’empowerment del paziente, che partecipa attivamente per conseguire la “flessibilità psicologica”, l’obiettivo clinico peculiare di queste nuove terapie. Gli interventi da esse proposti, invece che focalizzarsi sul cambiamento diretto degli eventi psicologici, si propongono di cambiare la loro funzione e relazione degli individui con gli stessi, mediante strategie quali la mindfulness, l’accettazione o defusione cognitiva (Teasdale, 2003).

 

Strategie e tecniche della psicoterapia cognitivo comportamentale

La psicoterapia cognitivo comportamentale prevede l’utilizzo di specifiche strategie e tecniche, che si inseriscono all’interno di protocolli di trattamento validati scientificamente e che vengono applicate dal terapeuta in funzione degli obiettivi concordati con il paziente.

Anzitutto vale la pena sottolineare che frequentemente nel colloquio con lo psicoterapeuta cognitivo comportamentale emergerà una strategia di conduzione del colloquio che si basa sulla scoperta guidata e sul dialogo socratico, ovvero si pongono progressivamente una serie di domande sempre più approfondite aventi lo scopo di far emergere nell’interazione tra paziente e terapeuta le credenze, le convinzioni, i pensieri e i significati che la persona ha su di sè, sugli altri e sulle situazioni.

Di seguito alcuni esempi concreti di strategie e tecniche della psicoterapia cognitivo comportamentale.

 

  • Una delle tecniche più utilizzate in seduta è la famosa tecnica dell’ABC. La tecnica ABC è utile per aiutare il paziente a prendere coscienza di come si sviluppano i propri episodi emozionali, a partire da un evento che accade nel qui ed ora. La tecnica ABC non solo è uno schema teorico utile per concettualizzare le variabili fondamentali connesse alla condotta dell’individuo, ma è anche una procedura tramite la quale può essere concretamente attuata una valutazione, una formulazione del caso, una sua pianificazione, ed un trattamento.

 

  • La tecnica dell’ABC o monitoraggio dei pensieri automatici: la struttura logica connessa alla tecnica ABC può essere immaginata come uno schema a tre colonne:
  1. A - Activating event - identifica le condizioni antecedenti, gli stimoli, gli eventi, le situazioni;
  2. B - Belief system - indica il sistema di credenze, il pensiero, il ragionamento, le attività mentali che formano il Bagaglio o la Base cognitiva dell’individuo;
  3. C - Consequences - definisce le conseguenze di queste attività mentali ed identifica reazioni emotive e comportamentali (De Silvestri 1981).

 

  • La disputa o disputing: è l’intervento terapeutico che mette in discussione le convinzioni del paziente. Una volta che il nostro paziente inizia a essere più consapevole del legame tra le sue emozioni di disagio e i suoi pensieri, il passo successivo è semplice. Il paziente può iniziare a sperare che, modificando le sue idee, possa cambiare anche lo stato d’animo. Nel disputing si discute il fondamento logico e/o esperienziale delle opinioni che sono state messe in relazione con gli stati d’animo di ansia, tristezza, timore, e così via.

 

  • Problem solving: è una tecnica che viene insegnata al paziente per trovare soluzioni ai problemi della vita reale. Tale tecnica consiste nell'identificazione del problema pratico presentato dal paziente e nella promozione di un atteggiamento attivo rispetto alla soluzione di questo. Più in dettaglio si chiede al paziente di escogitare diverse soluzioni del problema, di sceglierne una tra queste, di metterla in atto e di valutarne l'efficacia. Inizialmente il terapeuta può assumere un atteggiamento propositivo e suggerire al paziente possibili soluzioni alternative, ma con il passare del tempo egli incoraggerà la persona ad utilizzare autonomamente la tecnica del problem solving.

 

  • Gli esercizi comportamentali, come ad esempio l’esposizione: hanno valore come esposizione a nuove esperienze da cui imparare nuove informazioni e non come tentativi di instaurare nuovi riflessi comportamentali. Ogni esercizio comportamentale ha valore solo se discusso ed elaborato cognitivamente in seduta. Oltre all’esposizione, gli esercizi comportamentali possono essere molteplici, inclusi anche veri e propri esperimenti “in vivo” per disconfermare credenze e pensieri disfunzionali, oppure possono fare riferimento alle tecniche di rilassamento muscolare progressivo e tecniche simili.

 

  • Le tecniche metacognitive: hanno la finalità di promuovere nei pazienti nuovi modi di reagire ai pensieri negativi attraverso nuovi modi di controllare e ri-orientare l’attenzione, modificando regole e credenze metacognitive controproducenti. Nello specifico si agisce tentando di modificare i processi di rimuginio e ruminazione, ovvero forme di pensiero ripetitivo negativo che vengono percepite come difficili da controllare e che alimentano stati d’animo negativi.

 

 

 

Riferimenti:
  • www.stateofmind.it
  • www.nice.org.uk
  • "Storia e tecniche di psicoterapia cognitiva" di Antonio Semerari. Ed. Laterza (2000).
  • "Il colloquio in psicoterapia cognitiva" di Sandra Sassaroli e Giovanni Maria Ruggiero. Raffaello Cortina Editore (2013).